CONSIDERAZIONI A MARGINE SULL’ESAME DI STATO
“Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?” Si chiedeva profeticamente T. S. Eliot ne I cori da La rocca già nel 1934. Non c’erano ancora Internet, né quel formidabile strumento chiamato Wikipedia.
Oggi il sapere viaggia sul web. E con questo si affronta quel rito iniziatico che segna il passaggio all’età adulta che è l’Esame di stato. Meno male che c’è l’Esame di Stato! (Un tempo c’era anche il servizio militare a sottolineare il passaggio all’età adulta, ma questo è un altro discorso). Altrimenti si diventerebbe adulti senza accorgersi, ovvero si diventa già adulti rimanendo bamboccioni (per riprendere un’immagine viscosa).
Sorvolo sul valore delle tre prove scritte: errori del ministero, grave ignoranza dei programmi che si svolgono effettivamente nella scuola da parte della task force che inventa i titoli delle prove (d’altra parte sono spesso “teste d’uovo” in pensione). Non parlo della utilità della terza prova che non si capisce attraverso quale alchimia dovrebbe “testare” le conoscenze, le capacità e le competenze in quesiti che si svolgono in 10/12 righe, quando non addirittura con i cosiddetti quesiti multipli (leggesi test a crocette).
Passiamo subito al colloquio, che inizia notoriamente con un argomento scelto dal candidato. La chiamano tesina. Sarebbe meglio chiamarla nel modo più brutale: operazione di copia/incolla. Talvolta l’operazione non riesce bene, per cui il testo appare allineato a sinistra come nelle vecchie macchine da scrivere: strano. Occorrerebbe almeno un veloce corso di videoscrittura per imparare che esiste una funzione chiamata “giustifica” che distribuisce armoniosamente il testo su tutta la riga. Qualcuno lo fa anche, ma si dimentica di andare a capo dopo il punto, così l’operazione di copia/incolla presenta delle brutture: 3 parole giustificate sulla stessa riga.
Arrivano presentandole orgogliosamente, magari in 6 copie, una per docente. Mentre inizia il colloquio, ciascuno recita la propria parte: una sbirciata all’indice e alla bibliografia: libri di testo (meno male!) e “Ricerche condotte sul motore di ricerca Google”. I più rigorosi indicano anche una sitografia, dove compare puntualmente il portale Wikipedia.
Durante gli esami di Stato gli studenti hanno dieci/quindici minuti per esporre il loro argomento, ovvero il tema che hanno approfondito. Così, quello che dovrebbe essere il frutto più maturo di un lavoro personalizzato e criticamente assimilato, si riduce a una breve accozzaglia di nozioni mandate a memoria per una rapida perfomance. I più scaltri cercano di inserire più materie, magari in modo da prefigurare lo svolgimento del colloquio successivo. Naturalmente i nessi sono grotteschi. E dopo cosa accade, si chiederà il curioso lettore di questo articolo? Gli studenti hanno a disposizione altri 35 minuti per un colloquio che coinvolge 6 (in qualche commissione 8 docenti, ovvero 6 minuti a disposizione per ciascuno, che si riducono alla metà se si calcola che ciascun docente spesso insegna due discipline. Se si toglie lo spazio di tempo relativo alla formulazione della domanda e la necessaria riformulazione della stessa si capisce… il valore del colloquio.
Se si esula dal percorso, in modo da testare quei nuclei essenziali destinati a permanere nella nostra memoria come patrimonio di lunga durata, ovvero, secondo una bella definizione paradossale di cultura: “la cultura è ciò che rimane dopo che si è dimenticato tutto”, ci si accorge che si è già dimenticato tutto. Così scopriamo che la Normandia si trova in Germania, che una delle cause della prima guerra mondiale è il nazionalismo baltico, che Nietzsche ha contribuito a dissolvere le certezze (e in effetti è vero) e i valori tradizionali (quali sono? appunto, nessuno lo sa), che la Costituzione è stata promulgata il 2 giugno (di un anno non meglio precisato)!
I più raffinati diranno che è colpa dei media, delle trasformazione antropologica prodotta dalla Terza fase, i soliti “tromboni” diranno, invece, che è colpa della scuola. E ancora, dei docenti, demotivati, frustati, lamentosi.
Ho un’ipotesi diversa: siamo di fronte ad un’emergenza educativa in cui il fenomeno “formativo” è ridotto a “istruzione per l’uso”. Cliccare, seleziona tutto, copia, incolla, giustifica. Naturalmente l’elenco potrebbe continuare con le istruzioni per l’uso nel campo della legalità.
Mi spiace, il sapere, che è ciò che dà “sapore”, è un’altra cosa.
Dov’è il sapere che abbiamo perduto nell’in-formazione?
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